mercoledì 5 aprile 2006

Le gemelle riunite

Con l’apparizione di Bianca e mio padre in America ed il primo vero “viaggetto” a New York inizia la nostra primavera, aiutata anche dal tripudio di alberi in fiore per le vie di Baltimore e dall’ennesimo “guizzo” di iniziativa che mi e’ preso mentre guidavo indietro dall’aeroporto, lunedì, con la tristezza nel cuore e la voglia di non lasciarsi sopraffare dall’America in casa e l’Italia così lontana.


Bianca e mio padre: un pezzo (in effetti i due terzi) della mia famiglia trasvolata qua per girare per casa, seguire Luce con le sue faccette da tenera bisbetica, in una frase, per accompagnarci lungo un piccolo segmento nella nostra nuova vita. Era ormai diventata una necessità, un bisogno impellente, questa conferma che siamo sulla strada giusta, ed il calore che ci hanno portato dalla e dell’Italia (con il parmigiano ed il Venerdì di Repubblica), costituisce una bella dose di carburante per il futuro. Oltre a gongolarci della rispettiva vicinanza, abbiamo girato in lungo e in largo tutto quello che questa ridente cittadina sulla Chesapeake bay può offrire, scoprendo tra l'altro, da "turista", un sacco di bei posti dove non ero mai stata (un giardino rigogliosamente fiorito qua vicino dove si può svaccare coi bambini, un cafe' gestito da una parigina lungo il molo in centro dove posso ordinare pain au chocolat in francese), e spingendoci in gita fino a DC, dove abbiamo fatto il solito tour tra le statue dei padri fondatori della nazione, la mitica Georgetown ed i verdi quadri di una mostra su Cezanne. Com’era prevedibile, quella belva assatanata di mia sorella mi ha costretto a forsennate corse in quasi tutti i mall della contea, con la scusa dei regali per Lucina e la curiosità su cosa si mettono di trendy gli americani (cioe’ nulla, confermando che quanto a trends forse ne sanno piu’ a Moncalieri) e mio padre ha riassaporato dopo qualche anno il gusto degli “ambürgher” come li chiama lui, e mentre con gli untissimi brunch si alzava vertiginosamente la sua soglia del colesterolo, lui andava a correre con gps al braccio e il cappellino da baseball nel campus qua vicino, guadagnandosi la stima, per i suoi 68 anni -ammetto- portati da ragazzino, anche dei più consumati joggers.
E poi New York: si dice che si vede Roma e poi si muore, ma io sono convinta che anche a New York si debba stare una volta nella vita, perché è talmente unica che finché non sei lì dentro, pigiato fra la gente ed i grattacieli, non si capisce quanto è bella. L’ultima volta che ci sono stata avevo 17 anni e l’unica cosa che mi ricordo era seguire come un segugio la mappa per trovare un negozio che vendesse le Sebago. A New York non devi guardare per terra, devi camminare facendo finta di avere gli occhi al posto dei capelli. Perché a parte lo shopping ed i locali ultra chic, le luci di Times square (che pure ti abbagliano come un bambino), le montagne di cemento e vetro ed i torrenti di facce di tutte le razze, religioni e ceti che ti circondano, New York ti offre anche tutto il resto, una sfilza di musei che comprendono gran parte dell’arte mondiale, mille angoli, palazzi bellissimi, università e monumenti che ti ricordano libri, film, politica ed economia, la zona di Soho che con la sua architettura post-industriale e la vivace vita modaiola dei locali e delle gallerie ti insegna che connubi così funzionano davvero, un parco meraviglioso, quello "Centrale", che non puoi credere sia lì in mezzo, con laghi e prati che sembrano Valle stretta se li guardi orizzontalmente ma appena alzi lo sguardo e vedi tutti quei grattacieli intorno ti chiedi chi è il genio che lo ha progettato e che ti può anche riservare mentre passeggi in mezzo alla gente spaparanzata sull’erba a leggere e studiare in un caldo pomeriggio di fine marzo, incontri ravvicinatissimi con Moby e il vero Dr. Green di ER con look ultra-sportivo e famiglia al seguito…basta, ho eletto mio luogo ideale per vivere (e sono sicura, peraltro, che Luce sia entusiasta dell’idea) una capanna degli attrezzi di fianco allo zoo, con entrata praticamente da Fifth avenue, vista sui boschi di Central Park ed i curiosi individui che li frequentano e ho già detto a Luigi che farò di tutto per realizzare questo progetto, magari da vecchietta… scusate se mi sono fatta trascinare dall’ebbrezza… non a caso New York e’ la meno americana delle città americane e molti americani intolleranti giurano che per questo non intendono metterci piede, anche se abitano in New Jersey. Dimenticavo, New York produce anche un giornale –The New Yorker- che è veramente figo.
La nostra dolce blond monkey ci ha seguito ovunque e sta diventando sempre di piu’ pretenziosa quanto a intrattenimento… forse dovremo calare un po’ di livello, sennò la prossima volta al posto di andare ai giardini di fianco a casa mi chiederà di portarla alla ruota panoramica che c’e’ dentro il mega-store di Toy ‘r' us di Manhattan… Con una sontuosa cena a base di Rib-eye e filet mignon con mio cognato Giovanni (anche lui, diciamo, in città per lavoro), un servizio fotografico con sfondo la Statua della Libertà degno dell’agenzia Magnum che a NY risiede ed una divertente sosta in un ristorante country lungo la I-95 sulla strada del ritorno, si è conclusa questa parentesi familiare, trascorsa per la gran parte nella casa della trentatreesima, che mi rimarrà sempre nel cuore come il “family trip” più goduto, sugoso ed intenso degli ultimi anni.

Per tornare al tran-tran di tutti i giorni, ricevo sempre più gratificazioni dalla mia classe di italiano, pur assottigliata (ma sono rimasti i piu’ convinti: le madame della Baltimora bene, i vecchietti appassionati d’opera e gli studenti alternativi), tanto da voler mettere su dei piccoli corsi in gruppo che ho promosso con frasi sul volantino tipo “learning Italian as a brand new intellectual experience”, puntando su chi magari quest’estate ha in progetto una vancanza dalle vostre parti… Luce ha sperimentato, con la prima influenza americana, le medicine preparate dal farmacista con il suo nome sulla boccetta ed un’attirante gusto al lampone, che si può scegliere fra i venti proposti –credo anche il pollo ed il cioccolato- e non si è per nulla scomposta alle maratone che le abbiamo fatto fare lungo la East coast. Abbiamo in programma, vista ormai la sua indole da piccola esploratrice, di portarla prima o poi a fare il tipico –e per una volta, non urbano- viaggio in campeggio della famiglia americana, con marshmellows sciolti sul fuoco e avvistamento di orsi fuori dalla tenda…
Come molte mamme moderne oggi ho poi cominciato la mia prima session di fitness nella mega-palestra del YMCA, dove ho deciso di recarmi -udite, udite- tutte le mattine! Lo so che i più non mi crederanno. Ed effettivamente aggirandomi spersa tra le diaboliche macchine trita-muscoli il mio ciuffo giallino di capelli e la mia pelle bianco-lattea risaltavano non solo come macchia di colore ma come perfetto travestimento alla Bridget Jones, emerso soprattutto quando mi sono messa in azione sul "pro-treadmill" con la goffaggine che, sapete, mi contraddistingue. Ho chiarito al personal trainer (che mi e’ stato subito affidato insieme ad un complicatissimo programma computerizzato che controllerà i miei progressi) che sono “really out of shape”, vedremo cosa sarà capace di fare di me nei prossimi mesi…
Fra quattro giorni voi voterete per cambiare Governo, mentre noi siamo stati privati del sacrosanto diritto formalizzato nel ‘92 con il voto degli italiani all’estero per corrispondenza, per la svogliatezza di una travet del Comune di Gressoney che non ha mandato avanti la pratica. Con la rabbia nel cuore, è comunque interessante seguire il dibattito politico da quaggiù, dove come prima cosa i giornali americani fanno risaltare la “vecchiaia” dei due pretendenti alla poltrona da premier (chiunque vinca, sarà il più anziano d’Europa) collegandola all’abitudine ormai consolidata degli italiani di fare tutto “tardi” rispetto agli altri paesi. E’ retorico dire che vivere all’estero ti fa vedere con più oggettività come siamo fatti e per una volta, di fronte agli americani che spesso ho snobbato, ho dovuto convenire dentro me stessa che l’Italia è un gran bel paese, sì, ma pieno di contraddizioni e, concedetemi la battuta... (spero) di coglioni!



ps. scusate l'abbondanza di foto...ma questa volta erano così belle...

mercoledì 15 marzo 2006

Basic Bocce

Notizie dalla tretatreesima: ho guadagnato i miei primi 78 dollari!
Da giovedì scorso tengo ufficialmente un corso di “Exploratory Italian for adults” e sono già stata anche chiamata per la sostituzione di un’altra insegnate per il corso di “Italian for children”, che devo, dire, mi ha divertito molto di piu’.
Per capire il contesto, eccovi gli elementi. Prima di tutto, il posto: Chiesa parrocchiale Saint Leo di Little Italy, Centro di insegnamento degli adulti “Rev. Oreste Pandola” (da qua l’affettuoso nome “Pandola’s school”, che non so come mai ma mi ricorda piu’ “Amici miei” che una scuola di lingue). Essendo la zona una delle più tristi e spoglie della città, non mi aspettavo certo le strutture della Cattolica. Ma dove faccio lezione io il giovedi’ sera sembra proprio di essere stati catapultati indietro di 50 anni, perche’ tutto, l’arredo, l’odore, i torvi personaggi che si aggirano per la grande sala-oratorio sotto la chiesa, corrispondono assolutamente a quelli del mio immaginario sugli emigrati italiani degli anni 50, a cominciare dalle foto in bianco e nero del Vesuvio, quelle delle navi con i dimessi connazionali in arrivo ad Ellis Island, i ritratti di loschi benefattori in posa da “Il padrino”… per finire con le tovaglie a quadretti rossi sui tavoli e le statuette dei santi sui davanzali. Per farvi capire il generale squallore e la malinconia del luogo, vi dico solo che gli altri corsi proposti dal centro, testuali parole dal depliant, sono “Basic Bocce”, “How to make a real Lemoncello” e “Introduction to sausage making”!

La direttrice: Rosalie-Rosalia, una suora laica -italiana come io ho discendenze russe-, e’ molto precisa e orgogliosa del suo lavoro. In effetti offre l’unico modo per i nipoti degli immigrati, di rituffarsi un pochino nella lingua dei loro antenati e nella cultura del loro sangue. Continua a chiamarmi e a presentarmi a tutti come “Dottore Girardi”, sperando che l’uso del titolo mi faccia sentire piu’ nel ruolo e mi rassicura dicendo che quasi mai chi fa il corso base continua in quello avanzato. Io sono andata alla prima lezione (18 partecipanti, tutti americanissimi che non hanno alba, come se disi a Trieste, neanche delle più elementari parole tipo Buongiorno e grazie) preparandomi discorsi in inglese “di scoperta” sulle regioni d’Italia, Verdi, la moda e l’arte, sperando che l’effetto-olimpiadi li avesse fatti appassionare alla musicalità della nostra lingua, ma loro niente: volevano solo sapere perché ogni tanto coi nomi maschili si usa “il” e ogni tanto “lo” e perché certe parole che finiscono con “e” sono femminili e altre maschili. Insomma: regole, regole e regole, come ogni buon americano è abituato ad esigere e a seguire da quando nasce. Sapete bene che in un linguaggio come il nostro (e soprattutto se la grammatica e l’ortografia le hai studiate l’ultima volta con la cara Maestra Bargis in quinta elementare) sono piu’ le eccezioni che ti ricordi… tuttavia non mi sono persa d’animo e ostentando competenza li ho confusi dando la colpa allo storpiamento del latino in epoca romanza ed ai vari dialetti mischiati ad altre lingue, ripromettendomi di imparare a memoria i prossimi capitoli dell’ insostituibile testo “Italiano, prego!” che finalmente Rosalie mi ha consegnato alla fine delle due ore… Comunque conoscere la comunita’ italo-americana e’ interessante, ma fa anche venire una grande tristezza, perche’ oramai quasi nessuno sa parlare piu’ l’italiano ed i piu’ volenterosi, quelli giovani nati gia’ qua da genitore emigrato, non hanno spesso che qualche parola in stretto dialetto calabrese per esercitarsi a casa…
Un po’ sconsolata, ieri mi sono lanciata in macchina al vicino mall in cerca di un paio di scarpe mettibili, visto che tra l’altro qua ieri c’erano 30 gradi. Impresa non facile, dal momento che qua ai piedi si mettono di tutto meno che delle scarpe, preferendo le notoriamente comode (soprattutto per guidare) infradito appena esce un raggio di sole, le “sneakers” da ginnastica di ogni modello e le rassicuranti ciabatte-zoccoli, che vedi ad una persona su due in giro, e’ incredibile… questo fregarsene della moda e delle firme forse gli fa onore, ma ogni tanto non posso proprio credere che non abbiamo nulla di più carino da mettersi che le ciabatte, la tuta a cavallo basso e le T shirt extra large… look che va per la maggiore soprattutto fra la comunita’ nera, e che viene completato con l’uso del cellulare tipo radio della polizia (quasi tutti parlano nel cellulare guardandolo di fronte, con il viva voce, ed ignorano l’uso degli sms), l’andamento da cowboy del Wyoming ed una cup di caffe’ ustionante nell’altra mano. Luigi ed io abbiamo a questo riguardo inventato uno sport, che viene particolarmente bene al mall la domenica pomeriggio seduti sulla panchina di fronte al fast food, di “ciccione-spotting” , trovando sempre nuovi aggettivi per esprimere la nostra repellenza nei confronti dell’obesita’ imperante, soprattutto fra i giovanissimi, ed augurandoci che Luce cresca nana, calva, di carnagione lattea ma non cicciona.
Per accentuare ed esasperare il sentimento di non appartenza a questa comunita’, domenica sera abbiamo festeggiato la nostra amica Alessia per il suo compleanno, facendo una cena tutta italiana ed invitando esclusivamente italiani, con dibattiti in terrazzo sulla campagna elettorale, angoli di ascolto dell’intera discografia di De Andrè e programmazione a maggio di un torneo di pinnacola. Forse stiamo esagerando… mi impegno ad essere più cittadina del mondo e mi auguro che gli americani ci riservino delle altre sorprese. Per un rapido aggiornamento sull’offerta televisiva (sapete che mi piace guardarla), v’informo che questi ultimi giorni mi sono imbattuta in un bel programma sui viaggi (“Stranded with Cash Peters”, un genio che gira il mondo senza soldi nel portafoglio e facendosi pagare tutto dagli altri), un documentario raccapricciante sulle “special delivery” –le nascite con complicanze- in diretta sponsorizzato dalla Huggies (con cesto di prodotti in bella vista in sala parto!) con il presentatore che si arrabbia se la povera Crista non s’impegna dando alla luce il suo piccolo prima della pubblicita’, e ogni genere di reality tipo quello delle taratole sulla pancia (The fear factor) o Super nannies, una baby sitter della famosa scuola inglese che prova a mettere in riga una giovane mamma americana ed i suoi piccoli selvaggi vivendo con lei per un mese. Fra dieci giorni Bianca sarà qui e io le sto organizzando, per non smentirmi, un tour che toccherà giorno per giorno tutte le tappe principali della nostra vita americana, con strabilianti escursioni a Washington, Philadelphia e New York.
Infine Luce. La nostra piccola impavida ci sta davvero riempiendo d’orgoglio. Non solo non si e’ scoraggiata di fronte al nuovo rigore scolastico e l’innegabile difficolta’ di adattamento, ma ci fa pure i teatrini, quando arriva a casa, di quello che dice ai suoi compagni –con annessa gestualità-, naturalmente in una lingua che sa solo lei, facendo la pronuncia che mi ricorda la mia di quando cantavo a dieci anni “Munlaisciadou” senza sapere ovviamente quello che dicevo e aggiungendo poi in italiano tutta orgogliosa che lei picchia chi le da’ i calci e che poi chiede scusa, “sourri”, come dice lei… mentre e’ stata istruita a dire ferma alla maestra Miss Denita che si ostina a chiamarla Lucii, “No, my name is Luceee!”, che non so, la fa sempre ridere.

Ora ho scritto troppo e come sempre in maniera sconclusionata. E’ davvero una terapia riassumere per voi tutte le mie sensazioni e immaginare le reazioni. Mi aiuta a sdrammatizzare la’ dove devo ed a riflettere su quello che a prima vista mi fa solo sorridere. Infine, sono contenta che si sono aggiunti vecchi amici alla mailing list, il che mi fa un po’ paura, perche’ ho il terrore che questo lungo racconto, incominciato davvero per puro divertimento, deluda chi è abituato a fare ben altre letture. Non e' certo per fare esercizi di stile, che scrivo, ma per sentirvi piu' qua con noi.

Elisabetta